Offshore. Paradisi fiscali e sovranità criminale
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I paradisi fiscali non sono un altrove della finanza, dove i capitali fuggono e i loro titolari evadono, come se questo esodo sfociasse in economie parallele che ci si ostina a presentare come marginali e anomale. Queste metafore non colgono la realtà dei paradisi fiscali, il loro essere organismi politici sovrani che si sviluppano offshore e concentrano la metà delle riserve mondiali di denaro. I fondi ammassati in questi luoghi non vanno più pensati come dei malloppi accumulati da finazieri rapaci e da imbroglioni della grande industria, né alla stregua degli avari che accumulano i soldi per poterli contemplare in segreto. Al contrario, questo denaro "lavora", e senza nessun ostacolo, dal momento che è contabilizzato offshore. Con queste nuove sfere di potere crescono fortune sospette e ibridazioni ambigue i cui effetti si fanno sentire direttamente nei nostri Stati cosiddetti democratici. Non si tratta semplicemente di evasione fiscale. Ridurre il problema offshore a questo fenomeno significa anzi trascurare il modo in cui le fughe di capitale consentono il finanziamento di organizzazioni, società, attori, così come di strutture attraverso le quali è sempre più facile dominare gli Stati di diritto e gestire fuori dalla legge le loro politiche private. Frodare il fisco non significa solo ridurre i costi per aumentare le rendite; significa anche colpire le istituzioni pubbliche, e di conseguenza la stessa nozione di bene pubblico, per costruire offshore dei poli di decisione occulta.
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